teatro apollo di lecceLa “rinascita” del Teatro Apollo, a seguito di un lungo periodo di silenzio e di recupero della struttura, costituisce certamente una notizia positiva. Le modalità della sua inaugurazione, tuttavia, ci hanno portato a riflettere su una tendenza che, in tutta la provincia, sembra diffondersi, rispetto al recupero di luoghi culturali identitari per una comunità (si pensi, per quanto riguarda Galatina, alla recente riapertura del cinema-teatro Cavallino Bianco).

L’impiego di ingenti risorse economiche pubbliche, in queste come in altre occasioni, è certamente giustificato, e da accogliere favorevolmente. Ogni euro speso in cultura è un euro speso per la crescita complessiva della società (si veda, a tal proposito, il recente articolo rispetto all’impatto sulla crescita del pil pubblicato da ArtTribune[1] qualche giorno fa).

Allo stesso tempo, però, queste misure andrebbero inserite in un quadro generale di politiche culturali più ampio e coerente, sotto il profilo del metodo e del merito, all’insegna di una visione culturale che non sia né populista né elitaria, ma condivisa e accessibile.

Ecco perché, anche aldilà dei casi sopra citati, è difficile pensare ad una riqualificazione strutturale che non abbia, all’interno del proprio progetto complessivo, un’idea di riqualificazione funzionale, che parta da un quesito: qual è la funzione di un luogo culturale, in una data comunità?

In siffatto processo, è importante che le autorità pubbliche sappiano, da subito, rispettare due step fondamentali: confrontarsi con gli stakeholder del settore e coinvolgere la comunità.

Due passaggi inevitabili, in grado di garantire competenza e sostenibilità nei contenuti, ed empatia con la realtà di riferimento, che deve (o dovrebbe) poi animare, una volta recuperati, quei luoghi.

Per quanto riguarda il merito, coerentemente con quanto appena detto, il primo pensiero non può che andare alla scelta solitamente adottata per dare avvio alla nuova vita di tali spazi: eventi (non solo quelli inaugurali) certamente prestigiosi, spesso in pompa magna, ma solitamente non accessibili, o poco accessibili, per motivi economici (costi dei biglietti molto alti) o per la sostanziale indisponibilità dei tagliandi d’accesso.

Anche su questo fronte, nulla da dire rispetto alla scelta in sè. Però, ed è questo fondamentalmente il senso di questa riflessione, ci venga consentito di osservare che il dovere dei pubblici poteri è quello di incentivare e promuovere un accesso generalizzato alla cultura, ed ai suoi luoghi di riferimento.

L’obiettivo dovrebbe essere dunque l’aumento e la diversificazione del pubblico. In questa ottica si dovrebbe lavorare per fare in modo che le istituzioni (e non solo) mettano al centro il pubblico con il fine di creare domanda e generare accesso. In tale visione, la cultura non può prescindere dall’educazione.

Spesso, invece, sembra prevalere esclusivamente l’aspetto materiale, legato all’offerta (teatri e spettacoli), tralasciando i protagonisti dell’attività culturale, gli spettatori, la comunità, la domanda.

Come dimostrano recenti studi sull’audience development, infatti, il compito di rafforzare il legame tra il pubblico e l’arte non è solo responsabilità di produttori e programmatori. Lo sviluppo di un pubblico di successo è coltivato in condizioni complesse, nelle quali rilevanti sono le cornici politiche e l’impegno dei decisori culturali.

Di conseguenza, se al pubblico è reso più difficile andare a teatro, è il teatro che deve andare dal pubblico. Pertanto, per evitare che eventi come quelli sopraelencati si trasformino in un (anche implicito) messaggio di elitarietà e limitazione nell’accesso alla cultura, la proposta che, come Caratteri Mobili, lanciamo, è quella dei Teatri Aperti.

Il teatro, dunque, non come evento, ma come momento di incontro della comunità, di co-creazione e coorganizzazione, un luogo dove

“Superare le frontiere tra me e te. Arrivare ad incontrarti per non perderti più tra la folla, né tra le parole, né tra le dichiarazioni, né tra idee graziosamente precisate, rinunciare alla paura ed alla vergogna alle quali mi costringono i tuoi occhi appena gli sono accessibile “tutto intero”. Non nascondermi più, essere quello che sono. Almeno qualche minuto, dieci minuti, venti minuti, un’ora. Trovare un luogo dove tale essere in comune sia possibile”[2].

L’alternativa è muoversi al di fuori delle solite impostazioni, alla ricerca di luoghi insoliti e non convenzionali, di circostanze straordinarie, al fine di rinnovare le vecchie liturgie, per incoraggiare il maggior numero possibile di persone a partecipare e a fare cultura in risonanza con la loro vita quotidiana.

Per ogni evento costruito e pensato nelle modalità a cui abbiamo assistito con l’inaugurazione del Teatro Apollo, chiediamo che le autorità locali, insieme agli operatori culturali, che certo non mancano in questo territorio, immaginino e costruiscano rassegne di eventi teatrali tra e con la gente, nelle strade, nelle piazze, nei palazzi, nelle case, in luoghi accessibili, in quegli attrattori, teatri storici inclusi, simbolo del patrimonio culturale materiale e dell’identità di quest’area geografica, di questa periferia nella quale la creatività trova il suo massimo sfogo.

Ed è opportuno che questi eventi siano gratuiti, o con esborsi economici minimi, ma anche accessibili alle persone diversamente abili, affinché venga eliminata qualsiasi tipo di barriera che impedisca la massima fruizione della cultura.

Perché teatro vuol dire accogliere, ascoltare e guardare, aprire l’anima con un misterioso dialogo intellettuale ed emotivo. Perché il teatro è degli attori ma è anche degli spettatori.

Perché il teatro è una casa, per tutti, dove attori e spettatori si incontrano e creano una comunità. Una comunità provvisoria e poetica: la vita.

Alessandro Martines

Davide Miceli

Georgia Tramacere

[1] http://www.artribune.com/professioni-e-professionisti/politica-e-pubblica-amministrazione/2017/01/cultura-economia-italia-nomisma/

[2] Grotowski

Edizone 2017 del Festival Canoro Centro DI RE

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