philipp“Ritirati. E se fai ricorso ti giochi la carriera”. Sono queste, grosso modo, le parole indirizzate a Philip Laroma Jezzi, 49 anni, ricercatore del dipartimento di Scienze Giuridiche dell’Università di Firenze.  Considerato uno dei migliori tributaristi fiorentini, ha avuto solo una “colpa”: quella di essere troppo bravo, o quantomeno più bravo di un altro candidato, a cui i baroni locali avevano deciso di assegnare l’unico posto per professore associato. È stato lui, con la sua denuncia e le sue registrazioni con il telefonino, a far scattare l’inchiesta, gli arresti e le raffiche di avvisi di garanzia che coinvolgono una parte consistente di un intero settore scientifico-disciplinare dell’università italiana, quello del diritto tributario.

Tralasciando le eventuali responsabilità penali, su cui sarà la magistratura a pronunciarsi, la vicenda stimola una riflessione sullo stato di salute dell’università italiana.

Alcuni media hanno raccontato il coraggioso gesto di Philip come lo scoperchiarsi di un vaso di pandora, o come una sorta di scoperta sensazionale. Nulla di tutto ciò.

Senza nulla togliere alla condotta del ricercatore (che anzi resta encomiabile), siamo di fronte ad una storia di (super) ordinaria amministrazione, ad un classico “segreto di Pulcinella”.

E ad un risultato che è il frutto di scelte politiche chiare, propagandate come un rimedio ai mali dell’università, e che invece oggi mostrano tutta la loro inadeguatezza.

L’università italiana, nell’ultimo decennio, è stata depredata di ingenti risorse, specie negli anni immediatamente successivi alla crisi economica del 2007, con pesanti tagli al FFO - Fondo Finanziamento Ordinario (qualcuno ricorderà le misure draconiane dell’allora ministro Tremonti, contenute nella legge di stabilità 133/2008, e il forte movimento di protesta studentesca che ne scaturì), con un massiccio blocco del turn-over, e con il contestuale blocco degli scatti salariali (misura applicata per tutto il settore del pubblico impiego).

La conseguenza è stata quella di trasformare gran parte dell’università italiana in una teaching-university (quindi con poca possibilità di investimento in ricerca), con servizi di base modesti e con personale esiguo, mediamente anziano e decisamente mal pagato.

La “tenuta” complessiva di un sistema “azzoppato” è stata garantita, nella tradizionale logica consociativa che caratterizza il “Bel Paese”, da un mantenimento dello status quo baronale all’interno delle università.

Come se non bastasse, la politica ha deciso di intervenire con la famosa “riforma Gelmini” la quale, aldilà della propaganda sul “merito” e sulla “lotta alle baronìe”, è intervenuta scientificamente sulla governance interna, accentuando il carattere feudale ed autocratico dell’istituzione accademica, riducendo drasticamente gli spazi di democrazia (e di rappresentanza) all’interno degli organi di governo, e precarizzando ulteriormente la parte più debole (e potenzialmente “insidiosa”) della filiera universitaria, quella dei ricercatori.

La storia più recente è segnata dall’implementazione di un sistema di valutazione (quello dell’ANVUR – Agenzia Nazionale Valutazione del sistema Universitario e della Ricerca) piuttosto discutibile, da una minima inversione di tendenza rispetto al FFO, e da misure-spot disorganiche (ad esempio le “cattedre Natta” pensate dal governo Renzi). Poco, insomma.

I principali problemi sono ancora lì, sul tappeto, lontani dall’essere risolti o, quantomeno, affrontati.

Qualche anno fa la giornalista Cristina Zagaria ha pubblicato un libro che racconta di quale fattura sia la mediocrità di certa università italiana. Il libro si intitola “Processo all'università – cronache dagli atenei italiani tra inefficienze e malcostume”.

La premessa è una efficace sintesi di una realtà che assomiglia sempre più a una patologia: professori che si tramandano le cattedre come fossero un'eredità di famiglia, e come se l'istituzione fosse una cosa propria; concorsi truccati, commissioni pilotate, nepotismo, ingiustizie, corse al potere.

L’Università italiana si presenta dunque, in buona parte, come il classico esempio di “P.A. difensiva”, poco o nulla customer oriented (dove per customer si intende prevalentemente lo studente); poco democratica nei processi decisionali interni; poco integrata con lo sviluppo culturale, economico e sociale del territorio nel quale si colloca; per nulla meritocratica.

Gli interventi strutturali da operare sono molteplici, ma a mio avviso due appaiono prioritari.

In un momento storico in cui si fa un gran parlare di processi decisionali partecipativi e di accountability della P.A., la prima misura da mettere in campo riguarda la governance interna, allargando gli spazi di democrazia e di rappresentanza a tutti gli stakeholders che animano la comunità accademica e, perché no, un territorio. Da quelli interni (studenti, dottorandi, ricercatori, rappresentanze dei lavoratori non docenti) a quelli esterni (think tank, associazioni di consumatori, associazioni di categoria, istituzioni locali, altre P.A.).

Questo con riferimento tanto ai processi decisionali all’interno degli organi di governo, quanto ai procedimenti amministrativi di selezione e reclutamento del personale docente e ricercatore.

La seconda misura dovrebbe invece agire sulla qualità della ricerca, con un innalzamento graduale (sino al raggiungimento del 100%) della quota di FFO attribuita sulla base della qualità della produzione scientifica, da valutare però con indicatori prevalentemente qualitativi (e non solo quantitativi).

In questo modo l’assunzione “del più vicino”, anziché “del più bravo”, costerebbe molto caro, non solo in termini di reputazione del docente selezionatore, ma anche sotto il profilo strettamente economico, per il docente, per il settore scientifico-disciplinare, per il dipartimento, per l’istituzione tutta.

Anche su questo fronte, le buone pratiche a cui ispirarsi non mancano. Basta volerlo, mobilitando tutte le energie positive per rompere questo “patto di non belligeranza” tra una certa politica e un pezzo del potere baronale del nostro Paese.



Orchestra Popolare di Puglia, estratto dal concerto di Galatina di giugno 2017

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