amazonHa fatto scalpore la notizia del possibile utilizzo, da parte di Amazon, di braccialetti in grado di orientare il lavoro dei dipendenti all’interno della catena di montaggio del più grande player globale della distribuzione. Nello specifico, secondo chi ha visionato il prototipo di cui Amazon ha depositato il brevetto, il nuovo braccialetto wireless sarebbe in grado di monitorare con precisione i movimenti dei dipendenti, “vibrando” per guidarli nella giusta direzione.

Non è la prima volta che il colosso americano balza agli onori della cronaca, con notizie tutt’altro che confortanti. Ma mai come questa volta una riflessione è opportuna.

In via preliminare, è importante sottolineare che la questione cruciale non è legata a se o quando sarà implementata in Italia tale innovazione. Come numerosi esperti si sono affrettati a segnalare, infatti, tale meccanismo appare decisamente in contrasto con la normativa italiana ed europea in materia di tutela della privacy. Da questo punto di vista, dunque, il problema sembra non porsi.

La riflessione, che prova a volare un po’ più alto rispetto alla quotidiana dialettica politica, riguarda il significato profondo del fenomeno dell’innovazione, nel suo indissolubile legame con la dignità, prima ancora che con i diritti, degli individui.

L’impressione, infatti, è quella di un processo apparentemente inarrestabile, o comunque non intenzionato a limitarsi al paradigma dell’Internet of Things e quindi di un’intensa interazione tra individui e devices sempre più intelligenti (di per sé tutt’altro che negativa).

L’azienda, a dire il vero, ha subito precisato che tale accorgimento dovrebbe servire a migliorare le condizioni di lavoro dei suoi dipendenti, sostituendo di conseguenza altri dispositivi di cui attualmente si avvalgono nello svolgimento delle diverse funzioni (come ad esempio tablet).

Se così fosse, e nessuno ha elementi, allo stato attuale, per affermarlo o negarlo, certamente sarebbe auspicabile un trasparente percorso di informazione e condivisione di tali decisioni con i lavoratori. In altri termini, dovrebbero essere i dipendenti di Amazon a dirci che le loro “condizioni di lavoro” migliorerebbero rispetto alle attuali. Specie se ci misuriamo con aspetti sui quali, sino a questo momento, il colosso americano si è rivelato abbastanza deficitario. Esattamente come per altri, comunque legati ad un’idea di governance aziendale più plurale e collegiale. Se invece, come altri ritengono, la vicenda sembra suggerire qualcosa che va ben oltre, presumendo un uso della tecnologia in una logica di etero-direzione addirittura dei movimenti dei dipendenti, la proposta merita di essere rispedita al mittente. Perché esprime un’esasperata visione efficientista, secondo la quale andrebbero “governati” persino i passi dei lavoratori (alcuni intervistati hanno parlato di “passo Amazon”). Anche se questo potrebbe incidere negativamente (anche qui, tutto da dimostrare) sulla produttività aziendale.

Specie se si parla di un’impresa che ricorre già (legittimamente) a 55mila dipendenti robot (dati 2016), con un tasso di automazione talmente rapido da indurre molti esperti a ritenere che tale numero sia destinato a raddoppiare nell’arco di un paio d’anni (o forse meno).

La sensazione di molti, tuttavia, è che questo non basti, e che i tempi per una totale autosufficienza dei robot nella filiera di Amazon non siano ancora maturi. E cosa ci sarebbe di meglio, in questa fase di transizione verso la completa automazione, di “programmare” surrettiziamente un esercito di human robots azionabili a distanza, ma con al tempo stesso le capacità intellettive, relazionali e di lucidità di un essere umano?

Se questa interpretazione corrispondesse al vero (ed Amazon, effettivamente, ha più volte dimostrato un certo disinteresse per tutto ciò che non fosse strettamente connesso al mero incremento dei profitti aziendali), siamo così sicuri che questa possa essere definita innovazione?

A mio modo di vedere, assolutamente no.

L’innovazione è ben altro. E’ inclusione sociale (innovazione sociale), riciclo e riuso (economia circolare), efficiente allocazione delle risorse materiali e immateriali (la variegata galassia della sharing economy), redistribuzione “reticolare” di ricchezza (sempre la sharing economy), fenomeni economici relazionali e altamente fiduciari (il crowdfunding e in particolare il social lending), qualità della filiera agro-alimentare attraverso tecnologie come la blockchain (foodtech). E si potrebbe continuare ancora.

Ma certamente non è Amazon. Che, al contrario, è un modello di business vecchio. Basato su riduzione del costo del lavoro, insofferenza per i sistemi classici di tutele, indifferenza verso il benessere individuale dei lavoratori e, conseguentemente, verso quello organizzativo.

Guardando Amazon ed i tanti servizi giornalistici che ne hanno raccontato l’organizzazione interna, e ascoltando le testimonianze di molti suoi lavoratori, si ha come la sensazione di assistere ad un romanzo di Charles Dickens nel pieno della seconda rivoluzione industriale, ad un’organizzazione taylorista del lavoro.

Ad una regressione, insomma, non ad una innovazione.

L’innovazione, della quale ho riportato solo alcuni esempi più noti o a me più familiari, è tale se punta alla riduzione delle disuguaglianze sociali ed economiche, alla sostenibilità ambientale, alla circolarità dei modelli di produzione e consumo, all’orizzontalità dei rapporti tra gli operatori economici, alla libera circolazione delle informazioni e del sapere, ad abitudini alimentari responsabili.

E al rispetto dei diritti individuali, tra cui non si possono non annoverare i diritti sociali. Per dirla come gli economisti, insomma, se produce esternalità positive.

Per Amazon, invece, l’unica dimensione di individuo rilevante, è quella dell’individuo-consumatore: l’individuo è realizzato in quanto consumatore soddisfatto. E da questo punto di vista oggettivamente funziona. Quasi tutto quello che compriamo sulla piattaforma ideata da Jeff Bezos costa meno rispetto a tutte le altre modalità di acquisto.

Ma, anche sotto questo profilo, non basta per poterlo definire un modello di business innovativo. Come testimoniano decenni di letteratura e tonnellate di best practices in materia di responsabilità sociale d’impresa.         

Cosa si può fare, dunque? A parere di chi scrive, la partita dei diritti e della dignità dell’individuo va giocata sullo stesso terreno della finta innovazione del modello Amazon, quello dell’individuo-consumatore. Riequilibrando dal basso i rapporti di forza, e ricorrendo all’unico, o comunque al più forte, dei poteri che abbiamo su questo fronte: il potere del portafoglio.

O, utilizzando un’efficace espressione di uno dei più importanti economisti italiani, al voto con il portafoglio. Il voto con il portafoglio esprime la sovranità del consumatore, il quale decide di usare il suo potere di acquisto e di risparmio per premiare o, viceversa, punire, aziende responsabili o irresponsabili dal punto di vista sociale e ambientale.

E’ una scelta politica ed economica importante, in grado di produrre un impatto enorme nei comportamenti delle imprese. I mercati sono infatti l’incontro tra domanda ed offerta, e la domanda siamo noi. Il mercato siamo noi.

Se il panorama della presunta "innovazione" è dunque caratterizzato anche da realtà che spingono sull’acceleratore dell’alienazione, nell'ottica esclusiva del cittadino-consumatore, è su questo terreno che dobbiamo sfoderare le migliori armi in nostro possesso. Non limitandoci all'indignazione o, ancora peggio, alla rassegnazione.

Potrà sembrare una scelta etica, o poco conveniente da un punto di vista economico individuale (gli sconti di Amazon sono oggettivamente molto "accattivanti"). Ma in una prospettiva di lungo periodo, rappresenta quasi una necessità. La corsa al ribasso delle tutele e dei salari è destinata a travolgere anche i redditi, con conseguente graduale perdita del nostro potere d'acquisto.

In altre parole, lavoratori sempre meno tutelati e cittadini sempre più poveri, ma consumatori "contenti". Fino al giorno, in una sorta di metafora con una nota poesia di Brecht, in cui non saremo neanche più quello.

Per questo, conviene agire. Subito.

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