Via crucis - Noha

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nuovo cavallino biancoOggi è il giorno dell'inaugurazione del Cinema Cavallino Bianco. I galatinesi (tutti) non ne vedono l'ora.

Io ho preso una decisione sofferta e combattuta: quella di non parteciparci perché sono sostanzialmente un'egoista. Perché il ritrovarsi nel mio cinema non lo voglio condividere con nessun altro. Perché ho bisogno di respirare la sala senza folla, mormorii e vociare continuo mi distrarrebbe.

Me la gusterò a fari spenti, con la sala vuota, luce soffusa, come i pomeriggi in cui andavo a ritagliare i volantini delle sinossi assieme al mio amico Ivan, da distribuire ai pochi ma fedelissimi spettatori del cineforum organizzato dalla nostra Associazione Massimo Troisi.

Un pezzo d'adolescenza, la mia, trascorsa ad organizzare i film del venerdì, che il giorno dopo non mi si interrogava perché facevo "attività culturali" e la professoressa mi premiava così, dandomi l'illusione che non fosse solo tempo perso. Ovviamente questo non faceva che peggiorare la già conflittuale situazione instaurata con le prime file dei banchi di scuola.

A dirla tutta era il foyer il nostro preziosissimo laboratorio che condividevamo assieme all’inseparabile osservatore, taciturno sontuoso e imponente, quel Marengo cavallo bianco, che sembrava uscito dai quadri di Jacques-Louis David.

Si passavano i pomeriggi con Cosimo, Antonio e Francesca. I tipi di Scena Studio, la vecchia gestione del cinema.

Il ricordo di Cosimo è legato ai suoi prestiti. Erano suoi i libri e i cd dei Cccp - roba considerata oggi troppo militante e in effetti lo era un bel po'!- Iniziavo ad essere sempre più fedele alla linea, per poi scoprire come Ferretti più tardi, che forse era quella sbagliata.

Vissuto tutto come se si trattasse di un'iniziazione ad un club per pochi intimi, molto ambito e alquanto selettivo. Un club che accettasse tra i suoi iscritti addirittura una tipa come me! Poi c'erano i sermoni di Antonio sulle abitudini culturali dei galatinesi. Interessantissime dissertazioni sulla storia del costume cittadino. Che ovviamente per privacy non riporterò qui. Mi piacerebbe conoscere il suo punto di vista, oggi, dopo che la fruizione della cultura e dell'intrattenimento è così tanto e violentemente cambiata. La resistenza di allora non sarebbe più sufficiente.

La triade si concludeva con la nostra Trilli mediterranea, Francesca, che sembrava uscita dai romanzi di Baum. Rassicurante guerrigliera. Indimenticabile una discussione sull'uomo più affascinante del cinema. Secondo Francesca: Dustin Hoffman de Il Laureato. Mentre io sostenevo, senza valide argomentazioni, lo scialbo Brad Pitt degli inizi. Inutile dirvi chi era sempre a spuntarla in questi generazionali confronti cinematografici.

I film di una volta, gli attori di una volta.

Le persone di una volta, come quelle che circolavano in questo cinema di una dimenticata periferia che per incanto diventava l'ombelico del mondo animato dalle loro proposte e dalle loro idee. Una persona su tutte: guardavo incantata l'inavvicinabile Rina Durante, quella di Teta e Rosa, quella del mestiere di narrare, l'appassionata cinefila. Chiamata per la consulenza di una laboratorio teatrale scolastico in collaborazione con il “Colonna”. Ricordo ancora i suoi ordinatissimi ondulanti capelli argentati e il suo modo di parlare, così musicale, così “affascinevole” per un'affamata timidissima adolescente, quale ero io, non abituata a quelle armonie lessicali. L'affiancavano due professori universitari Giulio Capani e Luigi Santoro che la aiutavano nella realizzazione scenografica e tecnica del laboratorio. Livelli altri, diversi, che si respiravano alle spalle di Marengo prima che la nostra generazione si accorgesse e riconoscesse i loro grandi meriti e che il tamburello diventasse un brand.

Aggiungerei dall'album una cotta indimenticabile degli ultimi anni dei veglioni carnevaleschi, mentre il trucco cascava e il suo “ci vediamo domattina all'ingresso di scuola” rimbalzava inquieto tra testa e cuore.

Un effetto nostalgia lungo e spesso interminabile fatto di aneddoti, racconti, storie, persone, spettacoli che grazie a questo luogo ho conosciuto, amato, cercato e ritrovato nel mio percorso formativo. Che non basterebbe un articolo per racchiuderci tutto. Ma vivere nel passato spesso non piace, le tradizioni, i fantasmi. Non piace cedere ai rimpianti, ai ricordi.

Ma la memoria non può morire.

Bisogna perciò guardare indietro per attingere a quella fede laica e a quel coraggio nel futuro, in quello che ci attende, in quello che sapremo seminare e raccogliere.

Anche attraverso un LUOGO può crescere una comunità.

In questo periodo storico così delicato e complesso diventa una necessità, un'esigenza riavere una culla culturale che crei curiosità, interesse, novità, movimento, interazione, condivisione, progresso.

L'unica risposta alle barbarie dei tempi moderni, dopo le guerre, è solo quella culturale.

Che tutte le future energie si concentrino su un'oculata e attenta e coraggiosa e moderna gestione. Solo così questo luogo restituito alla cittadinanza, può ritrovare la sua anima.

La vera sfida dopo i festeggiamenti dell’inaugurazione consisterà proprio nel ridare un cuore a questo gigante buono.

Quel battito che ogni galatinese racchiude nei propri ricordi.

In bocca al lupo, mio Nuovo Cavallino Bianco.

Paola Volante
 

Ho letto questa lettera, cara Paola, tutta d'un fiato, quasi a sentire palpabili i tuoi ricordi di un tempo passato. Un tempo fatto di speranze, voglie, entusiasmi. Un tempo condiviso e consumato per un progetto un’idea. Altri tempi, cara Paola.

Io invece ci andrò il giorno dell’inaugurazione, per motivi professionali, ma non certo per assistere alla rinascita del Cavallino Bianco: non ci credo! L’ho sempre esplicitato, fin dal primo giorno, quando in quel consiglio comunale di circa 13 anni fa, allora a guida Garrisi, si decise all’acquisto per quasi un miliardo di vecchie lire dell’immobile. Successivamente con delibera di giunta 248/2013 sono state definite tre lotti per un totale di 3 milioni e 900mila euro (2013 – I Lotto € 1.300.000,00; 2014 – II Lotto € 1.300.000,00; 2015 – III Lotto € 1.300.000,00). Ero e resterò contrario per tutti i soldi che sono stati spesi, e che si senderanno, soltanto per soddisfare dei ricordi, e per quelle decisioni prese con la pancia e non con la testa. Sono sempre stato colpito negativamente da quella politica che fa le cose per accontentare le esigenze subliminali del “popolino che chiede”, infischiandosene della bontà del progetto e soprattutto dell’utilità reale e sociale.

Se ricordi bene, cara Paola, in quel periodo era anche in discussione la vendita e l’idea di trasformare l’ex Teatro tartaro in un centro commerciale, cosa che poi è avvenuta. E se proprio dobbiamo parlare di storico, il Teatro Tartaro nasce nel 1930 mentre il cavallino Bianco del 1949. Per non parlare dell’architettura completamente diversa, stile Liberty il primo, moderno il secondo. Del resto soddisfacevano esigenze differenti.

Detto ciò, ritorno a spiegare la mia contrarietà a questa enorme spesa.

Siamo davvero convinti che a Galatina mancano luoghi fisici, di proprietà comunale, utili come centri polifunzionali e contenitori culturali?
Io dico di no, alcuni esempi? Il Palazzo della Cultura, il Centro Polifunzionale di Viale Don Bosco e ce ne sono altri nelle frazioni.

Esiste un progetto di prospettiva per il “gigante buono”, come lo chiami tu, che dia futuro a questa opera?
Ne dubito, perché, cara Paola, pochi sono a conoscenza delle difficoltà che sta attraversando il settore dello spettacolo, dei teatri e dei cinema. Ma soprattutto nessun ha mai fatto un’indagine di mercato per comprendere meglio la riuscita del progetto. Proviamo a chiedere ai teatri più vicini a noi, magari Aradeo, come vanno le cose.

Tu cara Paola pensi davvero che ci sia, in questo nostro paese, “un'esigenza di riavere una culla culturale”?
Son felice scoprire che esiste ancora gente come te che crede alla gente. Io invece penso che questo nostro paese, desertificato culturalmente, (aggiungerei anche politicamente) è in preda a isterie collettive postpaninare. I pochi, che pur ci sono, producono cultura nelle cantine e la esprimono appieno fuori dalle mura galatinesi.

Ma tutto ciò, carissima Paola, è soltanto un mio modesto pensiero, una voce stonata in questo coro di plausi e applausi al ritrovato “Cavallino Bianco”.

Cara Paola, non voglio tediarti con i miei pensieri negativi, in conclusione ti voglio fare una promessa. Sarò pronto a chiedere scusa pubblicamente e ufficialmente, se questo pezzo di Galatina comincerà a funzionare presto, ma soprattutto se riuscirà a soddisfare le tue esigenze, e quelle di tanti,  e realizzare i tuoi sogni.

È questa la vera scommessa del “Cavallino Bianco”, paradossalmente se la vincerà io ne sarò felice. Ma solo allora lo potrà essere anche la “Città di Galatina”.

Un affettuoso abbraccio, Tommaso.