coronCi troviamo, nostro malgrado, a vivere un momento storico che farà epoca e, probabilmente, non soltanto a causa della pandemia da “Coronavirus” ma, anche, per alcuni aspetti che stanno caratterizzando la gestione politica di questa crisi. Sebbene infatti l'accaduto stia passando quasi in sordina - poiché accettato di buon grado da un'opinione pubblica atterrita dalle cronache giornalistiche e sconvolta dai numeri del contagio - non v'è chi non veda (per usare un'espressione del gergo forense) che, attraverso l'adozione di una legislazione emergenziale fatta di Decreti Legge e DPCM, il Governo abbia disposto, negli ultimi venti giorni, una severa limitazione dei diritti e delle libertà fondamentali. Sgombriamo immediatamente il campo da equivoci: chi scrive non è un “complottista”, né un sovversivo, né tanto meno un illuso che non si rende conto dell'entità dell'emergenza sanitaria in atto.

Cionondimeno, non appare possibile, men che meno per un giurista, osservare le vicende politiche e giuridiche di questi giorni in maniera asettica, acritica o addirittura nichilistica, abbandonandosi arrendevolmente ad un pàthos che tende a causticare alla radice ogni possibilità di serena riflessione. Altro chiarimento: non si discute sulla legittimità dei provvedimenti legislativi assunti dal Governo, tutti evidentemente ineccepibili sotto l'aspetto formale. Sembra lecito invece domandarsi - ed è questo il punto - a quali condizioni e fino a quale limite, un Governo, per il tramite di una legislazione emergenziale, possa arrogarsi il potere di derogare a norme costituzionali. Senza avere la pretesa di fornire in questa sede una risposta esaustiva - non essendo questo peraltro il contenitore adatto ad una simile indagine - ci si pone invece il più modesto obiettivo di solleticare con queste righe l'attenzione del lettore su aspetti “altri” della vicenda “Coronavirus”, aspetti cioè che non siano quelli prettamente sanitari ma che, non per questo, debbano essere considerati meno rilevanti, incidendo profondamente sul tessuto costituzionale e democratico della nostra Repubblica.

Si diceva poc'anzi che la gestione politica della crisi stia passando dall'adozione di una legislazione d'emergenza che, in quanto tale, elude l'iter ordinario di approvazione delle leggi e, con esso, le relative garanzie. La possibilità di ricorrere a queste forme straordinarie di normazione è prevista dalla Costituzione e, in particolare, dall'art. 77 il quale stabilisce che il Governo possa emanare “in casi straordinari di necessità e urgenza provvedimenti provvisori con forza di legge”. Ora, farebbe sorridere se non fosse invece drammatico, il fatto che in Italia, storicamente, il ricorso a simili provvedimenti viaggi al ritmo di oltre due Decreti Legge al mese: possibile allora che nel nostro Paese si verifichino così tanti casi di “necessità e urgenza”, oppure, viceversa, è verosimile che nel sistema politico italiano si perpetri un abuso nell’utilizzo di tali strumenti giuridici? È pur vero che, questa volta, il requisito della “necessità e urgenza” sembrerebbe sussistere in maniera abbastanza oggettiva, e ciò sia perché i numeri del contagio sono ormai conclamati, sia perché la paura ingenerata dall’infodemia ha gettato l'opinione pubblica nel panico, sia infine perché noi italiani, a volte, dimostriamo poco senso di responsabilità e questo, tendenzialmente, sollecita il ricorso all’adozione di misure impositive.

Sennonché, in questi giorni ci si sta spingendo fino ad orizzonti inesplorati dell'esperienza politico-giuridica repubblicana. Recentemente, infatti, qualcuno ha paventato addirittura la possibilità di ricorrere a tecniche di controllo di ogni singolo cittadino, attraverso il monitoraggio delle celle telefoniche, al fine di verificare il rispetto o la violazione delle restrizioni normativamente imposte alla libertà di spostamento: non è forse questa la completa realizzazione della società del “panopticon” di foucaultiana memoria? E non si può non notare, ancora, che forti restrizioni alle libertà fondamentali sono già avvenute - non mediante l'adozione di Decreti Legge (o, per lo meno, non direttamente), ma - attraverso la promulgazione di Decreti del Presidente del Consiglio dei Ministri che, tra l'altro, costituiscono meri atti amministrativi. Può, dunque, un Decreto Legge giungere legittimamente a conferire al Presidente del Consiglio il potere di derogare a norme costituzionali?

Va sul punto rilevato che la Costituzione non chiarisce né se, con i detti provvedimenti provvisori, sia possibile delegare il potere di determinare l’instaurazione di uno “stato d’eccezione”, né quanto debba essere “urgente” l'urgenza o quanto “necessitata” la necessità, affinché un Decreto Legge (o, per esso, un DPCM) possa giungere a limitare libertà fondamentali, lasciando con ciò al Legislatore un potere discrezionale amplissimo, se non addirittura pericoloso: ogni regime dittatoriale – ricordiamo – ha inizio con l'invenzione di uno spettro e con la creazione di uno stato d’eccezione che porta alla sospensione dell’ordinamento vigente. Orbene, oggi non stiamo correndo il rischio imminente di una dittatura: da un lato, infatti, l’emergenza appare oggettivamente tale e, dall'altro lato, la tenuta costituzionale del Paese è fatta salva da tutta una serie di meccanismi di controllo e, su tutti, dalla presenza della Corte Costituzionale la quale, proprio in merito ai provvedimenti necessari e urgenti, ci ricorda che gli stessi debbano essere sempre vagliati alla luce dei principi di idoneità, necessarietà e proporzionalità.

Più attuale sarebbe, semmai, il rischio di ridurre i concetti di democrazia e di libertà fondamentali a scatole semanticamente vuote: a tale esito potrebbe portare, peraltro, anche la supina accettazione dei farraginosi meccanismi di funzionamento di un'Europa poco attenta alla ricchezza e all'identità dei suoi popoli e troppo protesa ad interessi di tipo economico-finanziari. E’ possibile allora concludere questo nostro pensiero con un invito rivolto al lettore ad una serena e seria riflessione, in quanto appare sempre opportuno soffermarsi a riflettere ogniqualvolta – come dunque anche in questo caso – sono in gioco diritti fondamentali, e ciò al fine di non abituarci alla violenza di un potere subdolo nella sua strategia d’azione ed altresì per non imbatterci in una lenta quanto inesorabile asfissia, perché la libertà – ci insegna Calamandrei – è come l'aria: ci si accorge di quanto vale solo quando comincia a mancare.


Vincenzo Russo
Avvocato e Dottore di ricerca in Filosofia del diritto e bioetica giuridica

Limita il contagio da Corona Virus

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