dsc 8816 resized 20200724 114327935 1La pandemia ha fatto emergere tutte le criticità di una sanità “malata”. Quella che era ritenuta una sanità di eccellenza, come quella lombarda, ha evidenziato come un sistema sanitario prevalentemente privato e interessato al profitto sia un sistema da rivedere.

È lo Stato che deve farsi principalmente carico della salute dei propri cittadini, attraverso un servizio sanitario nazionale che sia omogeneo su tutto il territorio nazionale.

Le risorse messe a disposizione dall’Unione Europea rappresentano una opportunità da non sottovalutare.

Bisogna garantire prima di tutto una giusta proporzione tra popolazione e posti letto.

Il numero di posti letto totali in Italia è al di sotto della media dei Paesi Ocse ed è calato del 30% dal 2000 al 2017. Sono 3,2 ogni mille abitanti in Italia, 4,7 in media negli altri Paesi. 

Quello che emerge però è che le regioni del Nord hanno un numero di posti letto superiore a quello delle regioni del Sud.

Di fronte a simile situazione se la rete ospedaliera pugliese sarà potenziata con 1255 nuovi posti letto e saranno aggiunti 276 posti in rianimazione ai 304 esistente, 285 posti letto di area medica in terapia semi-intensiva, ben venga tutto ciò.

Nell’insieme, pubblico e privato, ad oggi, non garantiscono un uguale livello di prestazioni su tutto il territorio nazionale

Non a caso abbiamo il cosiddetto “turismo sanitario” che nel 2018 ha portato 33.255 cittadini pugliesi a spostarsi in altre regioni per ricevere le cure mediche. Le regioni più gettonate sono Lombardia, Emilia Romagna e Toscana.

Dai dati emersi dal Rapporto Cergas Bocconi e poi anche dal Rapporto Gimba 2019 risulta che nel 2017 la Puglia ha versato nelle ‘casse’ delle Regioni del Nord 206 milioni di euro.

La Puglia, sempre facendo riferimento ai rapporti pubblicati, con una popolazione vicina a quella dell’Emilia Romagna (Puglia 4,1, Emilia 4,3 milioni di abitanti), ha ricevuto, negli ultimi 13 anni, ben tre miliardi di euro in meno rispetto all’Emilia. 

Per determinare la quota che spetta ad ogni Regione i fattori da prendere in considerazione dovrebbero essere i quattro seguenti:

1) Popolazione;
2) Frequenza dei “consumi sanitari” per età e sesso;
3) Tassi di mortalità;
4) Particolari situazioni territoriali.

Ma è stato preso in considerazione soprattutto il secondo, che, guarda caso, ha privilegiato le Regioni con una maggiore popolazione anziana che sono quelle del Nord dove ci sono più anziani (età media più alta) e dove i “consumi sanitari” sono più elevati.

C’è poi una medicina territoriale che chiama in causa direttori di Asl e sindaci.

Oggi il solo medico di famiglia può ben poco per garantire una assistenza appropriata ai propri pazienti.

Bisogna favorire la formazione di super reti, super gruppi e CPT (Centro Polifunzionale Territoriale).

La costituzione di un super gruppo (formato da almeno tre medici) garantisce l’apertura dello studio, in un’unica sede, per 10 ore e tutta una serie di servizi, a domicilio, a favore dell’assistito, perché il medico può disporre di segreteria, infermieri, OOSS (operatori socio sanitari) e anche di uno psicologo di base.

Bisogna incentivare la formazione di CPT (Centro Polifunzionale Territoriale), strutture dove operano i medici di base e infermieri che garantiscono prestazioni sia ambulatoriali che domiciliari, dalle medicazioni ai prelievi, sino all’assistenza ai pazienti dopo le dimissioni dall’ospedale.

Il CPT offre esami di laboratorio e test diagnostici, quindi una erogazione di servizi allo scopo di alleggerire la pressione sui Pronto soccorso e sulle strutture territoriali.

Il tutto è funzionale al risparmio di risorse pubbliche perché consente un minore ricorso a degenze e ricoveri presso strutture ospedaliere.

La medicina territoriale permetterebbe inoltre di conoscere la composizione stessa della popolazione, le sue abitudini, gli stili di vita, costituire mappe epidemiologiche; informazioni utili per una programmazione territoriale della sanità pubblica, per dare risposte appropriate a quelli che sono i veri bisogni ed agire in modo articolato e condiviso per prevenire tutti quei fattori di rischio modificabili che compromettono lo stato di salute.

Gli investimenti nelle nuove tecnologie e nella digitalizzazione potrebbero ulteriormente migliorare i servizi. Oggi la telemedicina, per alcune categorie di pazienti, si rivela fondamentale per mantenere attivi servizi e attività a loro destinati.

Sarebbe opportuno informare in maniera chiara il cittadino perché tra il medico di famiglia e l’ospedale, nel mezzo c’è di tutto e di più: case della salute, AFT, UCCP, super rete, super gruppi, CPT; venirne a capo diventa problematico e soprattutto si rischia di suscitare una sorta di rigetto da parte del cittadino quando questi si trova ad avere a che fare con CUP che non funzionano o con appuntamenti fissati alle calende greche.

Infine, l’emergenza ci ha fatto comprendere quanto sia importante rivedere il nostro rapporto con il territorio e il primo passo per non compromettere la nostra salute è quello di rispettare l’ambiente.

Lo stiamo sperimentando, purtroppo, sulla nostra pelle.

Lo studio promosso dal dipartimento Prevenzione dell’Asl Lecce ha evidenziato un’area cluster per tumori, soprattutto polmonari maschili, corrispondente ai Comuni di Galatina, Galatone, Maglie, Soleto, Sternatia, Zollino, Corigliano d’Otranto, Cutrofiano, Soleto, Cursi, Neviano, Collepasso, Seclì, Melpignano, Castrignano dei Greci, Sogliano Cavour.

Oggi l’attenzione nei confronti dell’ambiente è molto alta e non a caso la stessa Europa attraverso il Green Deal intende promuovere l’uso efficiente delle risorse passando a un'economia pulita e circolare, ripristinare la biodiversità e ridurre l'inquinamento.

Politiche sanitarie e ambientali sono le due facce della stessa medaglia.

Occorre ragionare in questi termini se vogliamo veramente salvaguardare la nostra salute.

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